pier paolo donadio
politica, religione e massimi sistemi
sabato 5 novembre 2022
PERICOLO ISLAMICO O ISLAMOFOBIA?
Scrivo qui questa nota per Mauro Saracco, poiché su Facebook non è possibile svolgere lunghe argomentazioni. Su Facebook metterò un link affinché chi fosse interessato la possa comunque leggere.
Il mio ex compagno di Liceo scuola Mauro Saracco, uomo convintamente di destra, tuona su FB contro i migranti che lui chiama immigrati clandestini, plaude alla linea dura di Salvini prima e della Meloni adesso, e ovviamente litiga con me. Saracco sostiene la linea dura, e svolge abitualmente argomentazioni sovraniste ed egoiste al limite del cinismo; per di più i suoi post, solitamente misurati anche quando hanno un contenuto sostanzialmente cinico e crudele, suscitano una serie di “like” e commenti più adatti al tifo da stadio (soprattutto da quando la destra ha vinto) che ad una discussione politica.
Tuttavia, in calce a tali argomentazioni, che ci troveranno sempre su posizioni inconciliabili, ne ha espressa una sulla pericolosità degli islamici in quanto islamici, che mi sembra degna quanto meno di una qualche riflessione.
Ne cito alcuni passaggi. Il pericolo vero sta nel tipo di immigrazione che arriva, cioè quella islamica. Mentre i cinesi si fanno i fatti loro (magari illegali), gli indù impiegati nella zootecnia anche, i buddisti sono paciosi di natura, i sudamericani sono variamente cristiani, gli islamici si pongono invece come nemici e il loro obiettivo è conquistarci……. Fra poco il Belgio sarà il primo paese islamico d'Europa, a Parigi, Marsiglia, Londra, Bruxelles ci sono quartieri dove la polizia non entra salvo casi eccezionali e dove è meglio se una donna vestita all'occidentale non va in giro da sola; in UK ci sono tribunali islamici tacitamente riconosciuti che giudicano su dispute tra islamici per ora solo in campo civile ma fino a quando? Nelle scuole ormai si dà da mangiare ai ragazzi solo carne halal, per non sbagliare. A Colonia hanno autorizzato il primo muezzin, quindi altri ne seguiranno. La Svezia del sud, soprattutto Malmö, è diventata una dépendance araba. In Francia, dopo Notre Dame si continuano a bruciare chiese. Potrei continuare. Gli ebrei, che sono una spia del buon funzionamento di una comunità, stanno abbandonando la Francia a migliaia perché hanno capito di essere in pericolo. Questo è come andremo a finire anche noi. Certa gente si integra se sono in pochi. Se diventano tanti non si integrano, ma disintegrano.”
Questa argomentazione parte dal presupposto che tutti gli islamici sono come i terroristi o poco meno: tutti mirerebbero alla islamizzazione degli “infedeli”, molti anche alla disintegrazione dell’occidente.
Mi è tornato in mente, anche se sono passati 22 anni, il coro di disapprovazione col quale buona parte del mondo cattolico progressista accolse le parole dell’allora arcivescovo di Bologna Card. Biffi quando in un suo intervento alla Fondazione Migrantes nel settembre del 2000 (ecco il link per leggerlo integralmente: https://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/7283.html) ebbe a dire che occorreva considerare, nell’aprire o chiudere le frontiere, anche il potenziale di integrazione degli aspiranti all’ingresso nel Paese, inevitabilmente affermando che era più facile integrare un cattolico o quanto meno un cristiano piuttosto che un islamico. Di tutto quel discorso i media riportarono alcuni passaggi e sintetizzarono la posizione del Cardinale come una discriminazione: si accettino i cristiani, non gli islamici; la sua riflessione era meritevole di repliche più argomentate, ma tant’è.
Ora secondo me la vera domanda è: gli islamici sono davvero così? O meglio, quanta parte degli islamici è così? Perché generalizzando allo stesso modo si potrebbe pensare che in una nazione a stragrande maggioranza di cattolici come l’Italia non vi siano né la legalizzazione dell’aborto né il divorzio, sia vietato anche solo parlare di unioni civili tra due persone dello stesso sesso e via dicendo. In realtà non è così, e per quello che riguarda divorzio e aborto ci sono due referendum a testimoniarlo in modo lampante. Ed anche tra coloro che sono non soltanto battezzati, ma praticanti e assidui frequentatori delle realtà ecclesiali se ne trovano ben pochi che vorrebbero che la legge della Chiesa diventasse legge dello Stato: si chiamano integralisti, militano di solito nelle file del partito di Mauro Saracco o comunque nella destra, il presidente della Camera, Fontana, ne è un rappresentante, ma restano una minoranza esigua, ancor più esigua se ci si riferisce alle giovani generazioni. E per di più spesso la religione (cosa diversa dalla fede) è per loro un buon pretesto per legittimare opinioni politiche che non l fede non hanno nulla a che vedere.
Ecco, a me sembra che non sappiamo, o forse non vogliamo sapere, come stiano davvero le cose tra gli islamici; e in questo noi mi ci metto anch’io, sia ben chiaro: c’è sempre qualche argomento da approfondire che mi interessa di più. Anche a me la pancia dice che sono meglio i non islamici, ma è poi vero? Ma è giusto andare dietro alla pancia? Mi piacerebbe che i miei amici non credenti mi identificassero nel bacchettone integralista che non sono? Sarebbe vero? Sarebbe giusto, se fossi in fuga da una dittatura, da una carestia, da una guerra o semplicemente dalla miseria endemica del mio paese, che mi venisse negato l’accesso ad un altro Paese perché in quanto cattolico sarei considerato di certo un integralista che andrà a minare la laicità dello Stato?
lunedì 11 febbraio 2013
Da Montini a Ratzinger: la Chiesa dà lezioni alla politica.
Assorbita la sorpresa per le dimissioni di Benedetto XVI, e fatte salve le reazioni emotive personali, chi ha memoria del cammino della Chiesa nell'ultimo mezzo secolo può fare alcune constatazioni.
Paolo VI promulgò nel 1966 la cessazione del servizio episcopale a 75 anni e nel 1970 la perdita del diritto di voto in Conclave a 80 anni. Proprio in quegli anni iniziava ad apparire chiaro che la sopravvivenza dell'uomo di stava allungando, ma che non sempre ad una vita più lunga si associavano le forze necessarie, fisiche e mentali, per compiere i doveri connessi con il ruolo occupato. Qualcuno storse il naso, come sempre di fronte alle novità, ma fu una decisione saggia ed in linea non solo coi tempi che correvano, ma con quelli che sarebbero venuti.
Venne poi, dopo la breve parentesi di Albino Luciani, il lungo regno di Karol Wojtyla, e molti si chiesero, negli ultimi anni, se fosse ancora in grado di guidare la Chiesa; alcuni ne auspicarono in qualche modo le dimissioni, che non vennero mai. Non posso certo dire per quali ragioni Giovanni Paolo II non si dimise, ma posso dire, e credo tutti con me, che la sua testimonianza fu sempre più alta a mano a mano che le sue condizioni fisiche peggioravano. Wojtyla ebbe il carisma della malattia, fu chiamato in modo straordinario a dare forza e dignità a tutti i malati. Dall'attentato che lo costrinse per mesi all'ano artificiale, passando per il bastone e la frattura nella sala da bagno, fino a quel volto sfigurato dal Parkinson il Papa testimoniò la dignità della malattia e la relatività della prestanza fisica, proprio lui che era stato bello, forte e sportivo. Solo da quando c'è stato Wojtyla tutti conoscono il dramma del parkinsoniano, che non esprime più col volto e con l'eloquio ma che può avere una mente perfettamente integra. Trovatosi progressivamente in quella condizione il Papa scelse di farne una icona del dolore portato con dignità, regalò la sua dignità di successore di Pietro a tutti gli ammalati, divenne l'incarnazione moderna di quel Pietro al quale Gesù predisse che qualcuno gli avrebbe cinto le vesti e lo avrebbe portato dove non voleva andare. Per questo il suo non aver lasciato il soglio pontificio rappresenta, a mio avviso, un fatto eccezionale, fondato sulla eccezionalità delle sue condizioni psichiche e fisiche, che gli hanno consentito di portare una croce che nessun altro sarebbe stato capace di portare, e di dare una testimonianza che nessun altro avrebbe potuto dare. Non sappiamo se un Karol Wojtyla semplicemente vecchio e stanco e non così tragicamente ammalato si sarebbe dimesso o no, ma alla luce del nuovo corso della Chiesa impostato dalle decisioni di Paolo VI ciò non è da escludere a priori.
Quello di Joseph Ratzinger è un gesto che ha due valenze diverse.
A livello personale dimostra una grandissima umiltà, ed un amore autentico per la Chiesa: altri, sembra dire, potranno governarla e servirla più utilmente di me; l'atteggiamento professorale e teutonico di Benedetto XVI forse non ci ha aiutato a coglierne questo aspetto prima.
A livello istituzionale, d'altro canto, questo gesto che pure è storico, non rappresenta, come molti commentatori tendono a dire, né una diminutio del ruolo del Pontefice a quello di un funzionario, né tanto meno una rivoluzione.
Il Papa resta il Papa anche se può dimettersi; fino a quando fa il Papa gode delle prerogative del Pontefice, assistenza dello Spirito Santo compresa; assistenza che non viene certo meno nel momento in cui prende la decisione di passare la mano. Decisione che viene presa in piena libertà, che non deve essere accettata da alcuno, che fa parte dei suoi poteri assoluti; il Papa non diventa un funzionario solo perché fa i conti con la propria condizione psichica e fisica in rapporto alla funzione che deve svolgere; resta solo un uomo di buon senso e di profonda coscienza ed umiltà.
Tanto meno si tratta di una rivoluzione, pur trattandosi di un evento storico; chi ha fatto la rivoluzione, caso mai, è stato Giovanni Battista Montini, pretendendo le dimissioni dei vescovi a 75 anni ed estromettendo dal Conclave i cardinali dopo gli 80. Chi vede nella Chiesa solo l'aspetto conservatore ha di che riflettere in questo caso; la rivoluzione è stata fatta senza clamore negli anni '70, ed oggi se ne vedono le clamorose conseguenze.
Restano due considerazioni di ordine più basso, ma certamente intriganti.
Intanto la mossa controtendenza rispetto a certo giovanilismo; Ratzinger accetta consapevolmente i suoi limiti umani, la propria fragilità, ed anche in questo modo regala alla vecchiaia una propria dignità, come Wojtyla ha fatto con la malattia; una dignità che non è la negazione, l'occultamento, la finzione di gioventù, ma l'umiltà nel senso letterale del termine: dall'humus vengo e all'humus sto per tornare.
Infine l'abisso che separa Ratzinger dagli uomini della nostra politica, e, nonostante tutto, la Chiesa dallo Stato. Giovanni Paolo II ha girato il mondo chiedendo perdono per colpe non sue ed ha perdonato un turco che gli aveva sparato; Benedetto XVI ha parlato apertamente della "sporcizia nella Chiesa" celebrando la Messa "pro eligendo pontefice" dopo la morte di Wojtyla, ha graziato l'uomo di Vatileaks ed ora si dimette perché convinto che qualcun altro possa, meglio di lui, governare la Chiesa. Non sembra un caso che la Chiesa sia ancora e sempre lì mentre il nostro Paese, a vent'anni dalla cosiddetta prima repubblica tenta di celebrare la fine della seconda con gli stessi uomini della prima e della seconda che si candidano a guidare la terza. E non c'è stato alcun Montini, in Parlamento, che a tempo debito abbia fatto passare un riforma che ponesse le basi, con decenni di anticipo, per gestire le situazioni problematiche; anzi, la nostra politica è sempre a rincorrere i problemi non affrontati per tempo.
Chissà se mai questo gesto indurrà qualcuno dei nostri politici a fare qualcosa di simile? C'è da dubitarne, considerando i nostri leader, soprattutto ma non solo Berlusconi. Non dimentichiamo la fatica fatta per mandare alle primarie i tromboni del PD, i vari Fini e Casini che resistono da decenni, le polemiche sui due mandati, tre mandati, mille mandati, le candidature sotto traccia al Colle più alto di persone che facevano in primo ministro quando portavamo i pantaloni corti. Che differente profilo mostra Sua Santità, che tra venti giorni ritornerà ad essere Sua Eminenza: cappello!
Quello di Joseph Ratzinger è un gesto che ha due valenze diverse.
A livello personale dimostra una grandissima umiltà, ed un amore autentico per la Chiesa: altri, sembra dire, potranno governarla e servirla più utilmente di me; l'atteggiamento professorale e teutonico di Benedetto XVI forse non ci ha aiutato a coglierne questo aspetto prima.
A livello istituzionale, d'altro canto, questo gesto che pure è storico, non rappresenta, come molti commentatori tendono a dire, né una diminutio del ruolo del Pontefice a quello di un funzionario, né tanto meno una rivoluzione.
Il Papa resta il Papa anche se può dimettersi; fino a quando fa il Papa gode delle prerogative del Pontefice, assistenza dello Spirito Santo compresa; assistenza che non viene certo meno nel momento in cui prende la decisione di passare la mano. Decisione che viene presa in piena libertà, che non deve essere accettata da alcuno, che fa parte dei suoi poteri assoluti; il Papa non diventa un funzionario solo perché fa i conti con la propria condizione psichica e fisica in rapporto alla funzione che deve svolgere; resta solo un uomo di buon senso e di profonda coscienza ed umiltà.
Tanto meno si tratta di una rivoluzione, pur trattandosi di un evento storico; chi ha fatto la rivoluzione, caso mai, è stato Giovanni Battista Montini, pretendendo le dimissioni dei vescovi a 75 anni ed estromettendo dal Conclave i cardinali dopo gli 80. Chi vede nella Chiesa solo l'aspetto conservatore ha di che riflettere in questo caso; la rivoluzione è stata fatta senza clamore negli anni '70, ed oggi se ne vedono le clamorose conseguenze.
Restano due considerazioni di ordine più basso, ma certamente intriganti.
Intanto la mossa controtendenza rispetto a certo giovanilismo; Ratzinger accetta consapevolmente i suoi limiti umani, la propria fragilità, ed anche in questo modo regala alla vecchiaia una propria dignità, come Wojtyla ha fatto con la malattia; una dignità che non è la negazione, l'occultamento, la finzione di gioventù, ma l'umiltà nel senso letterale del termine: dall'humus vengo e all'humus sto per tornare.
Infine l'abisso che separa Ratzinger dagli uomini della nostra politica, e, nonostante tutto, la Chiesa dallo Stato. Giovanni Paolo II ha girato il mondo chiedendo perdono per colpe non sue ed ha perdonato un turco che gli aveva sparato; Benedetto XVI ha parlato apertamente della "sporcizia nella Chiesa" celebrando la Messa "pro eligendo pontefice" dopo la morte di Wojtyla, ha graziato l'uomo di Vatileaks ed ora si dimette perché convinto che qualcun altro possa, meglio di lui, governare la Chiesa. Non sembra un caso che la Chiesa sia ancora e sempre lì mentre il nostro Paese, a vent'anni dalla cosiddetta prima repubblica tenta di celebrare la fine della seconda con gli stessi uomini della prima e della seconda che si candidano a guidare la terza. E non c'è stato alcun Montini, in Parlamento, che a tempo debito abbia fatto passare un riforma che ponesse le basi, con decenni di anticipo, per gestire le situazioni problematiche; anzi, la nostra politica è sempre a rincorrere i problemi non affrontati per tempo.
Chissà se mai questo gesto indurrà qualcuno dei nostri politici a fare qualcosa di simile? C'è da dubitarne, considerando i nostri leader, soprattutto ma non solo Berlusconi. Non dimentichiamo la fatica fatta per mandare alle primarie i tromboni del PD, i vari Fini e Casini che resistono da decenni, le polemiche sui due mandati, tre mandati, mille mandati, le candidature sotto traccia al Colle più alto di persone che facevano in primo ministro quando portavamo i pantaloni corti. Che differente profilo mostra Sua Santità, che tra venti giorni ritornerà ad essere Sua Eminenza: cappello!
venerdì 24 febbraio 2012
ONORE AI CADUTI?
Ovviamente dispiace che tre giovani italiani siano morti in Afghanistan nel ribaltamento di un Lince. Ovviamente potremmo farci molte domande sull'utilità o inutilità della nostra presenza laggiù.
Ma dispiace però anche ascoltare sui TG nazionali la retorica della loro commemorazione come se si trattasse di eroi di guerra. Non lo sono: sono tre persone, che facevano un lavoro che si sono scelti, retribuito, e che su durante lo svolgimento di questo lavoro hanno avuto un incidente mortale; proprio come centinaia di altri ogni anno nel Paese.
Un "normale" precipitato da una impalcatura, piuttosto che un rappresentante di commercio che si schianta su una provinciale non riceve tutti questi onori; ma le loro mamme piangono uguale.
Evidentemente ci sono alcuni morti sul lavoro considerate di serie A, mentre le altre sono di serie B.
Ma dispiace però anche ascoltare sui TG nazionali la retorica della loro commemorazione come se si trattasse di eroi di guerra. Non lo sono: sono tre persone, che facevano un lavoro che si sono scelti, retribuito, e che su durante lo svolgimento di questo lavoro hanno avuto un incidente mortale; proprio come centinaia di altri ogni anno nel Paese.
Un "normale" precipitato da una impalcatura, piuttosto che un rappresentante di commercio che si schianta su una provinciale non riceve tutti questi onori; ma le loro mamme piangono uguale.
Evidentemente ci sono alcuni morti sul lavoro considerate di serie A, mentre le altre sono di serie B.
lunedì 28 febbraio 2011
DIRETTIVE ANTICIPATE: PER PROSEGUIRE L'ALLEANZA TERAPEUTICA, NON SOLO PER MORIRE
Con la inenarrabile idiozia di cui talvolta sono capaci, il nostro Governo e il nostro Parlamento si accingono a discutere un provvedimento che, pur titolato direttive anticipate di trattamento e alleanza terapeutica, o qualcosa di simile, parlano invece del testamento biologico. Ciò che è peggio è che lo fanno sull'onda delle polemiche suscitate dal caso Englaro, al quale erroneamente si apparenta quello di Welby, nella più assoluta indifferemza ai veri problemi che soggiacciono a questa questione.
Diciamo subito che la questione degli stati vegetativi, persistenti o permanenti, e della nutrizione ed idratazione possibile oggetto di testamento biologico oppure escluse dallo stesso sono questioni marginalissime, dal punto di vista numerico.
Vediamo, ignorando al momento i casi noti alla cronaca, qual è il problema che si dovrebbe poter affrontare.
E' ormai invalso il principio che per ogni trattamento medico occorra il consenso informato del paziente. A partire dall'art. 32 della Costituzione (non scritto a questo fine ma pensando ai nazisti appena sconfitti), attraverso una serie di passaggi giurisprudenziali e di codici deontologici si è affermato il principio che solo il paziente correttamente informato può dire di sì o di no ad una terapia. Dirà sì se lo convince, se ritiene di averne un beneficio, dirà no se non ritiene che sia un bene per lui. Se ci sarà divergenza col medico questi cercherà di convincerlo, ma in nessun modo potrà prevaricarne la volontà. Di qui il concetto di alleanza terapeutica: devono essere in due a scegliere e decidere. Non importa se poi molti ammalati si affidano e dicono "dottore faccia lei"; il punto è che possono sempre dire: "no grazie". Abbiamo, lo sottolineo qui con forza, persone che hanno scelto di morire per non subire l'amputazione di un piede a sessanta e passa anni; possiamo giudicare la loro scelta come riteniamo, magari sbagliatissima, magari peccato mortale, ma a nessuna chiesa è venuto in mente di scomunicarle, e nessuna autorità giudiziaria li ha fatti tradurre di forza in sala operatoria, nè chi si è astenuto dall'amputarli è stato incolpato di alcunchè.
Questo riguarda coloro che possono esprimersi. Il problema è dare voce a chi non l'ha, prima di tutto per lui stesso, e poi anche per dare un partner al medico. Eh già, perchè il medico non può decidere nulla "con la famiglia" come molti pensano. Il medico deve informare, ma la decisione, quando il paziente non può esprimersi, spetta a lui solo. Allora entrambi, il paziente muto e il medico, hanno bisogno di uno strumento di dialogo alternativo, perpoter stipulare questa benedetta alleanza terapeutica. Ecco il vero e primo scopo delle direttive, e soprattutto della figura di un fiduciario riconosciuto ufficialmente. Il medico legge le direttive, le attualizza insieme col fiduciario, e insieme decidono quello che sembra loro meglio per quel paziente, al posto del quale parla qualcuno che lo conosceva bene, che si era confrontato con lui molte volte, e che magari anche potrà sbagliare, ma gli darà comunque voce, una voce che diversamente non avrebbe (e oggi non ha) per niente.
Pensate che oltre 100.000 pazienti l'anno entrano nelle rianimazioni e nel 75% dei casi ne escono vivi, ma mentre sono lì non possono esprimersi, parlare, comprendere. Chi parla per loro? Nessuno. Con chi decide il medico? Con nessuno, decide da solo e poi informa la famiglia. E anche tutti quelli che muiono, cioè tutti noi, giungono a un momento in cui non riescono più a parlare, e nuovamente il medico è solo, la famiglia tagliata fuori e il paziente muto.
Questo è il primo e comunissimo problema al quale delle direttive anticipate e soprattutto un fiduciario legittimato possono porre rimedio. Un rimedio parziale, fallace, approssimativo, ma sempre un grandissimo passo avanti. Il mio amico più caro deciderà per me, alla luce di quello che sa di me e di ciò che il dottore gli spiegherà, e l'alleanza terapeutica sarà possibile.
Per questa ragione, assai prima che per i pochi vegetativi esistenti, occorre fare una legge, mite per carità, che legittimi l'esistenza di qualcuno che parla per qualcuno che non può parlare, e che dia un qualche valore a ciò che il soggetto ha scritto in precedenza.Magari non assoluto, ma autorevolmente indicativo. Qualcosa sarà già meglio di nulla.
(segue)
Diciamo subito che la questione degli stati vegetativi, persistenti o permanenti, e della nutrizione ed idratazione possibile oggetto di testamento biologico oppure escluse dallo stesso sono questioni marginalissime, dal punto di vista numerico.
Vediamo, ignorando al momento i casi noti alla cronaca, qual è il problema che si dovrebbe poter affrontare.
E' ormai invalso il principio che per ogni trattamento medico occorra il consenso informato del paziente. A partire dall'art. 32 della Costituzione (non scritto a questo fine ma pensando ai nazisti appena sconfitti), attraverso una serie di passaggi giurisprudenziali e di codici deontologici si è affermato il principio che solo il paziente correttamente informato può dire di sì o di no ad una terapia. Dirà sì se lo convince, se ritiene di averne un beneficio, dirà no se non ritiene che sia un bene per lui. Se ci sarà divergenza col medico questi cercherà di convincerlo, ma in nessun modo potrà prevaricarne la volontà. Di qui il concetto di alleanza terapeutica: devono essere in due a scegliere e decidere. Non importa se poi molti ammalati si affidano e dicono "dottore faccia lei"; il punto è che possono sempre dire: "no grazie". Abbiamo, lo sottolineo qui con forza, persone che hanno scelto di morire per non subire l'amputazione di un piede a sessanta e passa anni; possiamo giudicare la loro scelta come riteniamo, magari sbagliatissima, magari peccato mortale, ma a nessuna chiesa è venuto in mente di scomunicarle, e nessuna autorità giudiziaria li ha fatti tradurre di forza in sala operatoria, nè chi si è astenuto dall'amputarli è stato incolpato di alcunchè.
Questo riguarda coloro che possono esprimersi. Il problema è dare voce a chi non l'ha, prima di tutto per lui stesso, e poi anche per dare un partner al medico. Eh già, perchè il medico non può decidere nulla "con la famiglia" come molti pensano. Il medico deve informare, ma la decisione, quando il paziente non può esprimersi, spetta a lui solo. Allora entrambi, il paziente muto e il medico, hanno bisogno di uno strumento di dialogo alternativo, perpoter stipulare questa benedetta alleanza terapeutica. Ecco il vero e primo scopo delle direttive, e soprattutto della figura di un fiduciario riconosciuto ufficialmente. Il medico legge le direttive, le attualizza insieme col fiduciario, e insieme decidono quello che sembra loro meglio per quel paziente, al posto del quale parla qualcuno che lo conosceva bene, che si era confrontato con lui molte volte, e che magari anche potrà sbagliare, ma gli darà comunque voce, una voce che diversamente non avrebbe (e oggi non ha) per niente.
Pensate che oltre 100.000 pazienti l'anno entrano nelle rianimazioni e nel 75% dei casi ne escono vivi, ma mentre sono lì non possono esprimersi, parlare, comprendere. Chi parla per loro? Nessuno. Con chi decide il medico? Con nessuno, decide da solo e poi informa la famiglia. E anche tutti quelli che muiono, cioè tutti noi, giungono a un momento in cui non riescono più a parlare, e nuovamente il medico è solo, la famiglia tagliata fuori e il paziente muto.
Questo è il primo e comunissimo problema al quale delle direttive anticipate e soprattutto un fiduciario legittimato possono porre rimedio. Un rimedio parziale, fallace, approssimativo, ma sempre un grandissimo passo avanti. Il mio amico più caro deciderà per me, alla luce di quello che sa di me e di ciò che il dottore gli spiegherà, e l'alleanza terapeutica sarà possibile.
Per questa ragione, assai prima che per i pochi vegetativi esistenti, occorre fare una legge, mite per carità, che legittimi l'esistenza di qualcuno che parla per qualcuno che non può parlare, e che dia un qualche valore a ciò che il soggetto ha scritto in precedenza.Magari non assoluto, ma autorevolmente indicativo. Qualcosa sarà già meglio di nulla.
(segue)
domenica 20 febbraio 2011
QUALI PRIMARIE PER IL SINDACO DI TORINO?
Domenica prossima dovremmo andare alle primarie del centro sinistra per il candidato sindaco di Torino.
Continuo a non capire quale sia la priorità. Devo votare per quello che mi piace di più, per quello che mi rappresenta di più o per quello che penso possa avere più chance di vincere le elezioni?
Quello che mi piace di più è Curto: è pulito, entusiasta, nuovo. Quello che mi rappresenta di più è Gariglio: è cattolico, sembra moderato, è un mediatore, ha buon senso. Quello che penso possa vincere più facilmente, o perdere più difficilmente (ormai può accadere di tutto) è Fassino; anche perchè, perdonatemi il sospetto, se vince Fassino, Gariglio lo appoggia lealmente, se vince Gariglio non so quanto Fassino si spenderà per lui.
E allora cosa faccio? Magari sto a casa.
Continuo a non capire quale sia la priorità. Devo votare per quello che mi piace di più, per quello che mi rappresenta di più o per quello che penso possa avere più chance di vincere le elezioni?
Quello che mi piace di più è Curto: è pulito, entusiasta, nuovo. Quello che mi rappresenta di più è Gariglio: è cattolico, sembra moderato, è un mediatore, ha buon senso. Quello che penso possa vincere più facilmente, o perdere più difficilmente (ormai può accadere di tutto) è Fassino; anche perchè, perdonatemi il sospetto, se vince Fassino, Gariglio lo appoggia lealmente, se vince Gariglio non so quanto Fassino si spenderà per lui.
E allora cosa faccio? Magari sto a casa.
mercoledì 8 dicembre 2010
ASPETTANDO IL 14 DICEMBRE: MA DI CHE ANNO?
Stiamo tutti ad aspettare il 14 dicembre. Ma ne vale la pena? Secondo me no, anzi giungo a dire, provocatoriamente, che spero che B ottenga la fiducia.
Qualcuno pensa davvero che, in caso di caduta di questo governo, la sinistra sia in qualche modo pronta all'alternanza? Non mi pare proprio.
Intanto c'è la questione sollevata dalla destra non senza qualche ragione che, sia pure con una legge elettorale definita una porcheria da chi l'ha fatta, l'elettorato ha votato dando un chiaro mandato a B. E' vero che la Costituzione non prevede l'elezione diretta del Presidente del Consiglio, e che questa legge elettorale insieme col sistema maggioritario e con l'indicazione nei simboli del nome del premier dà luogo ad una interpetazione non ortodossa della genesi delle istituzioni. Ma fintanto che non si cambia le legge elettorale (o, Dio non voglia, la Costituzione) le due indicazioni confliggono. Ed il percepito degli elettori (quanto si abusa di questo termine in questi mesi!) sarebbe, occorre dirlo, di tradimento della loro volontà. Qualsiasi governo non presieduto da B, o come minimo non sostenuto da lui con ogni convinzione, verrebbe vissuto come un mini golpe, o comunque un gioco di palazzo, come ama dire B.
In secondo luogo non è accaduto che Fini sia diventato di sinistra; è soltanto accaduto che, nell'ambito della destra, Fini si è stufato di fare il numero due di un delinquente, B, che ha stretto un patto scellerato con la Lega: io ti do il federalismo e tu mi appoggi sulla giustizia. Giustamente Fini ha voluto smarcarsi, ma non è diventato di sinistra, ed anzi rischia di portare più a destra di quanto già non lo sia l'UDC, e di agganciare l'API che, nata come una forza moderata di sinistra, rischia di diventare un'utile supporto a un terzo polo che di certo guarderà a destra più che a sinistra.
In terzo luogo non sappiamo quale potrebbe essere, indipendentemente dall legge elettorale, il seguito che il cosiddetto terzo polo potrebbe avere, ed a scapito di chi. Perchè se poi il terzo polo fa il 13% portandolo via alla parte più moderata della sìnistra tramite Rutelli e regalandolo in dote a un governo di destra, purchè non presieduto da B, la sinistra non ci fa certo un affare.
Se il 14 dicembre facesse nascere un governo B bis, dove B cede sulla giustizia e sulla legge elettorale e Fini su qualcos'altro (cittadinanza breve, bioetica) ne uscirebbe fuori un governo meno peggiore di quello attuale, più difficile quindi da battere.
Se poi si andasse alle elezioni con questa legge elettorale ne uscirebbe un Paese ingovernabile.
Dall'altra parte la sinistra, ammaccata dalla propaganda di B, che comunque resta imbattuto maestro a dire bugie che, a forza di essere dette, diventano mezze verità, non trova alcuna unità, spaziando da SEL e Cinque Stelle fino alla componente moderata del PD, con dentro IDV e un po' di altre sigle minori; e nemmeno così farebbe una maggioranza.
Non so cosa accadrà il 14 dicembre, ma i tempi non mi sembrano maturi per qualcosa che possa preludere davvero alla caduta del tiranno. Spero di sbagliarmi, ma i nodi da sciogliere sono ancora troppi.
Qualcuno pensa davvero che, in caso di caduta di questo governo, la sinistra sia in qualche modo pronta all'alternanza? Non mi pare proprio.
Intanto c'è la questione sollevata dalla destra non senza qualche ragione che, sia pure con una legge elettorale definita una porcheria da chi l'ha fatta, l'elettorato ha votato dando un chiaro mandato a B. E' vero che la Costituzione non prevede l'elezione diretta del Presidente del Consiglio, e che questa legge elettorale insieme col sistema maggioritario e con l'indicazione nei simboli del nome del premier dà luogo ad una interpetazione non ortodossa della genesi delle istituzioni. Ma fintanto che non si cambia le legge elettorale (o, Dio non voglia, la Costituzione) le due indicazioni confliggono. Ed il percepito degli elettori (quanto si abusa di questo termine in questi mesi!) sarebbe, occorre dirlo, di tradimento della loro volontà. Qualsiasi governo non presieduto da B, o come minimo non sostenuto da lui con ogni convinzione, verrebbe vissuto come un mini golpe, o comunque un gioco di palazzo, come ama dire B.
In secondo luogo non è accaduto che Fini sia diventato di sinistra; è soltanto accaduto che, nell'ambito della destra, Fini si è stufato di fare il numero due di un delinquente, B, che ha stretto un patto scellerato con la Lega: io ti do il federalismo e tu mi appoggi sulla giustizia. Giustamente Fini ha voluto smarcarsi, ma non è diventato di sinistra, ed anzi rischia di portare più a destra di quanto già non lo sia l'UDC, e di agganciare l'API che, nata come una forza moderata di sinistra, rischia di diventare un'utile supporto a un terzo polo che di certo guarderà a destra più che a sinistra.
In terzo luogo non sappiamo quale potrebbe essere, indipendentemente dall legge elettorale, il seguito che il cosiddetto terzo polo potrebbe avere, ed a scapito di chi. Perchè se poi il terzo polo fa il 13% portandolo via alla parte più moderata della sìnistra tramite Rutelli e regalandolo in dote a un governo di destra, purchè non presieduto da B, la sinistra non ci fa certo un affare.
Se il 14 dicembre facesse nascere un governo B bis, dove B cede sulla giustizia e sulla legge elettorale e Fini su qualcos'altro (cittadinanza breve, bioetica) ne uscirebbe fuori un governo meno peggiore di quello attuale, più difficile quindi da battere.
Se poi si andasse alle elezioni con questa legge elettorale ne uscirebbe un Paese ingovernabile.
Dall'altra parte la sinistra, ammaccata dalla propaganda di B, che comunque resta imbattuto maestro a dire bugie che, a forza di essere dette, diventano mezze verità, non trova alcuna unità, spaziando da SEL e Cinque Stelle fino alla componente moderata del PD, con dentro IDV e un po' di altre sigle minori; e nemmeno così farebbe una maggioranza.
Non so cosa accadrà il 14 dicembre, ma i tempi non mi sembrano maturi per qualcosa che possa preludere davvero alla caduta del tiranno. Spero di sbagliarmi, ma i nodi da sciogliere sono ancora troppi.
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