lunedì 11 febbraio 2013

Da Montini a Ratzinger: la Chiesa dà lezioni alla politica.

Assorbita la sorpresa per le dimissioni di Benedetto XVI, e fatte salve le reazioni emotive personali, chi ha memoria del cammino della Chiesa nell'ultimo mezzo secolo può fare alcune constatazioni.
Paolo VI promulgò nel 1966 la cessazione del servizio episcopale a 75 anni e nel 1970 la perdita del diritto di voto in Conclave a 80 anni. Proprio in quegli anni iniziava ad apparire chiaro che la sopravvivenza dell'uomo di stava allungando, ma che non sempre ad una vita più lunga si associavano le forze necessarie, fisiche e mentali, per compiere i doveri connessi con il ruolo occupato. Qualcuno storse il naso, come sempre di fronte alle novità, ma fu una decisione saggia ed in linea non solo coi tempi che correvano, ma con quelli che sarebbero venuti. 
Venne poi, dopo la breve parentesi di Albino Luciani, il lungo regno di Karol Wojtyla, e molti si chiesero, negli ultimi anni, se fosse ancora in grado di guidare la Chiesa; alcuni ne auspicarono in qualche modo le dimissioni, che non vennero mai. Non posso certo dire per quali ragioni Giovanni Paolo II non si dimise, ma posso dire, e credo tutti con me, che la sua testimonianza fu sempre più alta a mano a mano che le sue condizioni fisiche peggioravano. Wojtyla ebbe il carisma della malattia, fu chiamato in modo straordinario a dare forza e dignità a tutti i malati. Dall'attentato che lo costrinse per mesi all'ano artificiale, passando per il bastone e la frattura nella sala da bagno, fino a quel volto sfigurato dal Parkinson il Papa testimoniò la dignità della malattia e la relatività della prestanza fisica, proprio lui che era stato bello, forte e sportivo. Solo da quando c'è stato Wojtyla tutti conoscono il dramma del parkinsoniano, che non esprime più col volto e con l'eloquio ma che può avere una mente perfettamente integra. Trovatosi progressivamente in quella condizione il Papa scelse di farne una icona del dolore portato con dignità, regalò la sua dignità di successore di Pietro a tutti gli ammalati, divenne l'incarnazione moderna di quel Pietro al quale Gesù predisse che qualcuno gli avrebbe cinto le vesti e lo avrebbe portato dove non voleva andare. Per questo il suo non aver lasciato il soglio pontificio rappresenta, a mio avviso, un fatto eccezionale, fondato sulla eccezionalità delle sue condizioni psichiche e fisiche, che gli hanno consentito di portare una croce che nessun altro sarebbe stato capace di portare, e di dare una testimonianza che nessun altro avrebbe potuto dare. Non sappiamo se un Karol Wojtyla semplicemente vecchio e stanco e non così tragicamente ammalato si sarebbe dimesso o no, ma alla luce del nuovo corso della Chiesa impostato dalle decisioni di Paolo VI ciò non è da escludere a priori.
Quello di Joseph Ratzinger è un gesto che ha due valenze diverse.
A livello personale dimostra una grandissima umiltà, ed un amore autentico per la Chiesa: altri, sembra dire, potranno governarla e servirla più utilmente di me; l'atteggiamento professorale e teutonico di Benedetto XVI forse non ci ha aiutato a coglierne questo aspetto prima.
A livello istituzionale, d'altro canto, questo gesto che pure è storico, non rappresenta, come molti commentatori tendono a dire, né una diminutio del ruolo del Pontefice a quello di un funzionario, né tanto meno una rivoluzione.
Il Papa resta il Papa anche se può dimettersi; fino a quando fa il Papa gode delle prerogative del Pontefice, assistenza dello Spirito Santo compresa; assistenza che non viene certo meno nel momento in cui prende la decisione di passare la mano. Decisione che viene presa in piena libertà, che non deve essere accettata da alcuno, che fa parte dei suoi poteri assoluti; il Papa non diventa un funzionario solo perché fa i conti con la propria condizione psichica e fisica in rapporto alla funzione che deve svolgere; resta solo un uomo di buon senso e di profonda coscienza ed umiltà.
Tanto meno si tratta di una rivoluzione, pur trattandosi di un evento storico; chi ha fatto la rivoluzione, caso mai, è stato Giovanni Battista Montini, pretendendo le dimissioni dei vescovi a 75 anni ed estromettendo dal Conclave i cardinali dopo gli 80. Chi vede nella Chiesa solo l'aspetto conservatore ha di che riflettere in questo caso; la rivoluzione è stata fatta senza clamore negli anni '70, ed oggi se ne vedono le clamorose conseguenze.
Restano due considerazioni di ordine più basso, ma certamente intriganti.
Intanto la mossa controtendenza rispetto a certo giovanilismo; Ratzinger accetta consapevolmente i suoi limiti umani, la propria fragilità, ed anche in questo modo regala alla vecchiaia una propria dignità, come Wojtyla ha fatto con la malattia; una dignità che non è la negazione, l'occultamento, la finzione di gioventù, ma l'umiltà nel senso letterale del termine: dall'humus vengo e all'humus sto per tornare.
Infine l'abisso che separa Ratzinger dagli uomini della nostra politica, e, nonostante tutto, la Chiesa dallo Stato. Giovanni Paolo II ha girato il mondo chiedendo perdono per colpe non sue ed ha perdonato un turco che gli aveva sparato; Benedetto XVI ha parlato apertamente della "sporcizia nella Chiesa" celebrando la Messa "pro eligendo pontefice" dopo la morte di Wojtyla, ha graziato l'uomo di Vatileaks  ed ora si dimette perché convinto che qualcun altro possa, meglio di lui, governare la Chiesa. Non sembra un caso che la Chiesa sia ancora e sempre lì mentre il nostro Paese, a vent'anni dalla cosiddetta prima repubblica tenta di celebrare la fine della seconda con gli stessi uomini della prima e della seconda che si candidano a guidare la terza. E non c'è stato alcun Montini, in Parlamento, che a tempo debito abbia fatto passare un riforma che ponesse le basi, con decenni di anticipo, per gestire le situazioni problematiche; anzi, la nostra politica è sempre a rincorrere i problemi non affrontati per tempo.
Chissà se mai questo gesto indurrà qualcuno dei nostri politici a fare qualcosa di simile? C'è da dubitarne, considerando i nostri leader, soprattutto ma non solo Berlusconi. Non dimentichiamo la fatica fatta per mandare alle primarie i tromboni del PD, i vari Fini e Casini che resistono da decenni, le polemiche sui due mandati, tre mandati, mille mandati, le candidature sotto traccia al Colle più alto di persone che facevano in primo ministro quando portavamo i pantaloni corti. Che differente profilo mostra Sua Santità, che tra venti giorni ritornerà ad essere Sua Eminenza: cappello!